Il 21 giugno, sulle rive del lago di Lucerna in Svizzera, sono cominciati i tanto attesi colloqui di pace tra Iran e Stati Uniti, con la mediazione di Qatar e Pakistan. Il negoziato si svolge nel contesto di un cessate il fuoco parziale e di una riapertura solo incompleta dello Stretto di Hormuz. Nonostante la profonda sfiducia reciproca, entrambe le parti appaiono determinate a porre fine a un conflitto che sta per raggiungere i quattro mesi, ma ciò che ha colpito la comunità internazionale è una novità inattesa: Washington si è presentata al tavolo non come la potenza dominante, bensì come attore sconfitto da una media potenza.
A determinare l’esito del conflitto non è stata solo la resistenza militare iraniana, ma la capacità di Teheran di trasformare lo Stretto di Hormuz in un’arma finanziaria globale. Interdicendo il passaggio a carichi riconducibili a Paesi ostili ma concedendolo a Paesi solidali, l’Iran ha colpito al cuore il sistema dei petrodollari, mettendo sotto pressione l’economia statunitense ben più di quanto i missili potessero fare. Washington ha dovuto fare i conti con una realtà ineludibile: sia la prosecuzione dello scontro sia il suo innalzamento prognosticano di far precipitare l’economia globale in una depressione della quale Stati Uniti e Israele verrebbero indicati come principali responsabili. La scelta di sedersi al tavolo negoziale è dettata dalla consapevolezza che il costo della guerra ha superato qualsiasi vantaggio strategico conseguibile per via militare.
Il cedimento statunitense e l’intransigenza israeliana
Il programma negoziale avviato in Svizzera mostra un equilibrio tendenzialmente favorevole all’Iran, sebbene molte questioni restino ancora irrisolte...
Marco Ghisetti, dottore in Politica Mondiale e Relazioni Internazionali e in Filosofia presso l’Università di Pavia.

