

L'architetto Luca Sartori, da Mendrisio al lavoro in Brasile
•
•
•


L'architetto Luca Sartori, da Mendrisio al lavoro in Brasile
•
•
•


L'architetto Luca Sartori, da Mendrisio al lavoro in Brasile
•
•
•
Luca Sartori, giovane architetto nato a Casalmaggiore 27 anni fa, racconta il suo viaggio tra studio e lavoro. Gli anni all’Accademia di Architettura a Mendrisio in Svizzera e poi l’approdo nel mondo del lavoro. I libri e la vita. Orizzonti che si intersecano e sovrappongono a comporre il dipinto di una vita aperta alle trasformazioni e ai cambiamenti pur rimanendo ancorata agli affetti della famiglia. Luca oggi lavora in Brasile, a San Paolo, in una città che sta crescendo rapidamente e nella quale, anche lui, sta dando il suo contributo fattivo affinché possa svilupparsi su solide fondamenta.
«Il viaggio è sempre stato nella mia vita un punto forte e fondamentale di crescita - scrive Luca Sartori dal suo studio panoramico su San Paolo -. Il viaggio, inteso non solamente come esperienza fisica ma anche mentale. Viaggiare è un’opportunità per fare del proprio percorso un libro ricco di informazioni, per crescere culturalmente e socialmente, per sapersi muovere in un mondo dai ritmi frenetici, assurdi. Non abbiamo il tempo per rimanere fermi, dobbiamo muoverci se vogliamo capire cosa succede, ed una sola vita non è sufficiente per fare tutto.
Viaggiare è cultura, società, economia quando abbiamo la capacità di leggere i luoghi differenti che visitiamo o, in alcuni casi, nei quali decidiamo di vivere.
Conosco tante persone che non hanno avuto l’opportunità di studiare, di fare una facoltà universitaria, ma che conoscono questo mondo molto più intensamente di chi ha deciso di cominciare a leggere e non togliere lo sguardo da quei libri vecchi e alle volte falsi.
Quando ho finito il Liceo d’arte Toschi di Parma, ramo d’architettura, in realtà, sapevo ben poco di cosa fosse l’architettura, di chi fossero i padri fondatori delle correnti più importanti nella storia del costruire. Un amico mi parlava di un’accademia, nata da poco, a Mendrisio, nella Svizzera Italiana, fondata da alcuni tra i più importanti architetti del panorama ticinese ed internazionale. Una scuola basata su una formazione di tipo umanistico, principalmente pratico, e non tanto scientifica quanto i rinomati Politecnici di Zurigo e Losanna.
Avevo sempre sognato l’università di Venezia o Ferrara per proseguire gli studi da architetto, ma all’improvviso entrò a far parte della mia vita l’opportunità di studiare all’estero. Senza pensarci molto decisi di iscrivermi. Lo feci a ‘scatola chiusa’, senza antecedenti visite e senza informarmi più di tanto sul programma del percorso.
Credo che le cose misteriose siano molto stimolanti, in un certo senso attraenti, sensuali. Oggi posso dire che l’istinto mi ha ben guidato e che quella di Mendrisio è un’esperienza che consiglierei nonostante le grandi difficoltà ed i numerosissimi sacrifici che questa università pretende. Divisa in bachelor (tre anni), poi master (due anni) e un anno di stage obbligatorio in uno studio di architettura a propria scelta, in qualsiasi luogo nel mondo.
Il primo anno all’Accademia ti apre la mente, ti fa realmente capire se desideri o meno essere architetto, e se la strada che ti si può aprire è quella giusta.
Il secondo anno per me ha voluto dire partire per Londra per svolgere lo stage obbligatorio (presso lo studio Theis&Khan Architect) ed imparare perfettamente una lingua nuova e troppo importante per essere trascurata. E’ stata un’esperienza meravigliosa, la più bella ed intensa della mia vita per ora, nonostante le prime normali difficoltà.
Gli anni a seguire sono un crescendo di ore di lavoro, conoscenze, espressioni, amicizie, stress, sino al termine dell’anno del Diploma. E’ a questo punto che realizzi (e solo quando hai realmente terminato), che tutte quelle cose che crescevano nella sfera di Mendrisio, ne stavano, contemporaneamente, soffocando tante altre belle quali l’amore, le amicizie, le parole spese in un bar del paese tra birre e zanzare. Chiaramente, in quel mondo chiuso in una ‘bolla di vetro’, le persone sono felici, le amicizie sono intense, le feste pure. Non realizzi che fuori dalla ‘Vignetta’ (bar di ritrovo degli studenti) qualcos’altro sta succedendo...
Il giorno dopo la Critica Finale (momento in cui presenti il progetto più importante della tua scalata accademica, ma che la maggior parte delle volte non è quello riuscito meglio), ti ritrovi in un vuoto completo: passi da 20 ore di lavoro al giorno, stressato e stanco, a nulla da fare. Rilassato, e con un futuro professionale da intraprendere. E così scopri che la parte più difficile inizia proprio quando non vedevi l’ora che finisse tutto. Credo sia stata una grande fortuna cominciare a lavorare poco dopo. Con alcuni amici e compagni di studi ho restaurato un’antica osteria nella Bassa Engadina. Il nostro compito era convertirla in studio d’architettura, galleria d’arte e residenza. Il progetto è durato 4 mesi. Dopo di che la necessità di vivere una città attiva e frenetica, per me, era diventata l’unica priorità. Volevo tornare in Italia, sognavo uno studio d’architettura di grandi dimensioni. Decisi di inviare ad una stretta selezione di studi italiani il mio curriculum. Tutti mi risposero, ma quello che sembrava potermi dare più opportunità nel futuro era lo studio Archea Associati, con sede principale a Firenze ed altri atelier a Milano, Roma, Pechino e, da un breve periodo, anche San Paolo del Brasile. Fui preso dopo un colloquio: 8 mesi nella sede fiorentina sono stati una grande occasione di crescita. Poi mi si presentò la possibilità di entrare a far parte del gruppo di Design dell’istituto IED (istituto europeo di design) del Brasile, sede di San Paolo. Proposi allo studio Archea di continuare a lavorare in Brasile. I capi l’accolsero con entusiasmo. Ed io mi sono ritrovato a studiare di notte per il corso post-graduation in Industrial design. Mi ritrovo qui, a scrivere queste due righe, tra un cantiere in corso, vari progetti pronti per essere realizzati, numerosi clienti da incontrare ed uno studio che ancora deve crescere molto...è il mio grande obiettivo.
A 27 anni considero tutto questo un’esperienza davvero speciale. Chiaramente sento molta ‘saudade’ della mia famiglia, dei miei amici, dell’Italia, ma sono felice di vivere qui oggi - ormai da quasi un anno - perché sento che questo Paese può darmi gli stimoli giusti in questo periodo che dedico alla formazione.
Il Brasile sta crescendo rapidamente, mancano però delle basi solide, delle “fondazioni” ben fatte affinché questa crescita non sia un crollo altrettanto rapido. E’ un grande stimolo per un italiano, l’occasione per dimostrare che popolo stupendo siamo e la cultura che possiamo trasmettere. Abbiamo idee e senso del ‘bello’ da spartire con questa gente che non ha mai avuto le nostre grandi (e gratuite) possibilità, storico-culturali ed economiche.
Mi conosco abbastanza bene per sapere che questa esperienza non sarà eterna, e che a breve sentirò nuovamente la voglia di muovermi, di fare, di vivere altre vite, o in generale, di viaggiare».
Luca Sartori
Viaggiare è cultura, società, economia quando abbiamo la capacità di leggere i luoghi differenti che visitiamo o, in alcuni casi, nei quali decidiamo di vivere.
Conosco tante persone che non hanno avuto l’opportunità di studiare, di fare una facoltà universitaria, ma che conoscono questo mondo molto più intensamente di chi ha deciso di cominciare a leggere e non togliere lo sguardo da quei libri vecchi e alle volte falsi.
Quando ho finito il Liceo d’arte Toschi di Parma, ramo d’architettura, in realtà, sapevo ben poco di cosa fosse l’architettura, di chi fossero i padri fondatori delle correnti più importanti nella storia del costruire. Un amico mi parlava di un’accademia, nata da poco, a Mendrisio, nella Svizzera Italiana, fondata da alcuni tra i più importanti architetti del panorama ticinese ed internazionale. Una scuola basata su una formazione di tipo umanistico, principalmente pratico, e non tanto scientifica quanto i rinomati Politecnici di Zurigo e Losanna.
Avevo sempre sognato l’università di Venezia o Ferrara per proseguire gli studi da architetto, ma all’improvviso entrò a far parte della mia vita l’opportunità di studiare all’estero. Senza pensarci molto decisi di iscrivermi. Lo feci a ‘scatola chiusa’, senza antecedenti visite e senza informarmi più di tanto sul programma del percorso.
Credo che le cose misteriose siano molto stimolanti, in un certo senso attraenti, sensuali. Oggi posso dire che l’istinto mi ha ben guidato e che quella di Mendrisio è un’esperienza che consiglierei nonostante le grandi difficoltà ed i numerosissimi sacrifici che questa università pretende. Divisa in bachelor (tre anni), poi master (due anni) e un anno di stage obbligatorio in uno studio di architettura a propria scelta, in qualsiasi luogo nel mondo.
Il primo anno all’Accademia ti apre la mente, ti fa realmente capire se desideri o meno essere architetto, e se la strada che ti si può aprire è quella giusta.
Il secondo anno per me ha voluto dire partire per Londra per svolgere lo stage obbligatorio (presso lo studio Theis&Khan Architect) ed imparare perfettamente una lingua nuova e troppo importante per essere trascurata. E’ stata un’esperienza meravigliosa, la più bella ed intensa della mia vita per ora, nonostante le prime normali difficoltà.
Gli anni a seguire sono un crescendo di ore di lavoro, conoscenze, espressioni, amicizie, stress, sino al termine dell’anno del Diploma. E’ a questo punto che realizzi (e solo quando hai realmente terminato), che tutte quelle cose che crescevano nella sfera di Mendrisio, ne stavano, contemporaneamente, soffocando tante altre belle quali l’amore, le amicizie, le parole spese in un bar del paese tra birre e zanzare. Chiaramente, in quel mondo chiuso in una ‘bolla di vetro’, le persone sono felici, le amicizie sono intense, le feste pure. Non realizzi che fuori dalla ‘Vignetta’ (bar di ritrovo degli studenti) qualcos’altro sta succedendo...
Il giorno dopo la Critica Finale (momento in cui presenti il progetto più importante della tua scalata accademica, ma che la maggior parte delle volte non è quello riuscito meglio), ti ritrovi in un vuoto completo: passi da 20 ore di lavoro al giorno, stressato e stanco, a nulla da fare. Rilassato, e con un futuro professionale da intraprendere. E così scopri che la parte più difficile inizia proprio quando non vedevi l’ora che finisse tutto. Credo sia stata una grande fortuna cominciare a lavorare poco dopo. Con alcuni amici e compagni di studi ho restaurato un’antica osteria nella Bassa Engadina. Il nostro compito era convertirla in studio d’architettura, galleria d’arte e residenza. Il progetto è durato 4 mesi. Dopo di che la necessità di vivere una città attiva e frenetica, per me, era diventata l’unica priorità. Volevo tornare in Italia, sognavo uno studio d’architettura di grandi dimensioni. Decisi di inviare ad una stretta selezione di studi italiani il mio curriculum. Tutti mi risposero, ma quello che sembrava potermi dare più opportunità nel futuro era lo studio Archea Associati, con sede principale a Firenze ed altri atelier a Milano, Roma, Pechino e, da un breve periodo, anche San Paolo del Brasile. Fui preso dopo un colloquio: 8 mesi nella sede fiorentina sono stati una grande occasione di crescita. Poi mi si presentò la possibilità di entrare a far parte del gruppo di Design dell’istituto IED (istituto europeo di design) del Brasile, sede di San Paolo. Proposi allo studio Archea di continuare a lavorare in Brasile. I capi l’accolsero con entusiasmo. Ed io mi sono ritrovato a studiare di notte per il corso post-graduation in Industrial design. Mi ritrovo qui, a scrivere queste due righe, tra un cantiere in corso, vari progetti pronti per essere realizzati, numerosi clienti da incontrare ed uno studio che ancora deve crescere molto...è il mio grande obiettivo.
A 27 anni considero tutto questo un’esperienza davvero speciale. Chiaramente sento molta ‘saudade’ della mia famiglia, dei miei amici, dell’Italia, ma sono felice di vivere qui oggi - ormai da quasi un anno - perché sento che questo Paese può darmi gli stimoli giusti in questo periodo che dedico alla formazione.
Il Brasile sta crescendo rapidamente, mancano però delle basi solide, delle “fondazioni” ben fatte affinché questa crescita non sia un crollo altrettanto rapido. E’ un grande stimolo per un italiano, l’occasione per dimostrare che popolo stupendo siamo e la cultura che possiamo trasmettere. Abbiamo idee e senso del ‘bello’ da spartire con questa gente che non ha mai avuto le nostre grandi (e gratuite) possibilità, storico-culturali ed economiche.
Mi conosco abbastanza bene per sapere che questa esperienza non sarà eterna, e che a breve sentirò nuovamente la voglia di muovermi, di fare, di vivere altre vite, o in generale, di viaggiare».
Luca Sartori
Katia Bernuzzi