Nuova puntata con la rubrica "L'altro violino" di Roberto Codazzi
La scomparsa di Maurizio Pollini ha destato vasta commozione nel mondo della musica. Parliamo infatti di un artista che ha lasciato un’impronta gigantesca nell’interpretazione pianistica del ventesimo secolo e che oltretutto è rimasto in attività fino a pochi mesi dalla morte. Ricordiamo le sue recenti esecuzioni delle ultime Sonate di Beethoven alla Scala, una sorta di testamento artistico di questo musicista sommo. Per gli aspiranti pianisti delle generazioni boomers (tra cui il sottoscritto, ahimè), X e millenials, il maestro milanese ha rappresentato un mito assoluto, un modello irraggiungibile. I suoi dischi - prima in vinile poi in CD - esposti a Cremona da Cartomusica o da Scaramuzza suscitavano l’acquolina in bocca non meno dei pasticcini di Lanfranchi, con la mitica etichetta gialla della Deutsche Grammophon che via via si scoloriva per il sole che penetrava dalle vetrine. Per ciò che mi riguarda, ho sempre ascoltato volentieri soprattutto il Pollini interprete dei classici e dei romantici, in particolare il suo leggendario Chopin, autore a cui - dalla vittoria del Concorso di Varsavia del 1960 in poi - ha saputo dare una dimensione moderna, non più sdolcinata e melensa come molti interpreti del passato, ma anche le meravigliose esecuzioni e registrazioni dei Concerti per pianoforte e orchestra di Mozart e Beethoven, meglio ancora quelli con i Wiener Philarmoniker diretti da Karl Böhm di quelli con i Berliner condotti da Claudio Abbado, comunque eccellenti. Pollini è stato un modernizzatore anche nel modo di impaginare i programmi da concerto, alternando i classici agli autori delle cosiddette avanguardie del ventesimo secolo, di cui è stato un “megafono” privilegiato....
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Roberto Codazzi

