Nuova puntata della rubrica L'altro violino
Il ministro Matteo Salvini, che notoriamente frequenta solo ambienti ovattati, sofisticati e rarefatti - basti pensare alla spianata di Pondida - è il primo a essersi scandalizzato dell’urlatore dal loggione della prima della Scala, tale Marco Vizzardelli, che com’è noto ha gridato “Viva l’Italia antifascista”. In seguito alle mille polemiche e strumentalizzazioni politiche che il gesto ha provocato, il sedicente anarco-loggionista, dopo essere stato identificato dalla Digos, ha ottenuto ciò che voleva: i dieci classici minuti di celebrità preconizzati da Andy Warhol, con passaggi su praticamente tutte le tv nazionali (e forse qualcuna anche estera) e il delirio di qualche forza politica che ha subito proposto al Vizzardelli una candidatura alle europee. Il solito stupidario collettivo, insomma. Per tornare a Salvini, il ministro ha dichiarato che se fosse stato per lui non avrebbe fatto identificare il loggionista, ma ne ha stigmatizzato il gesto perché a suo dire alla Scala si deve mantenere un certo contegno e non si va per urlare. In realtà è ovvio che a teatro si vada per ascoltare la musica o per assistere a uno spettacolo senza disturbare, ma esiste tutta una tradizione di manifestazioni espressive da parte del pubblico, specie dei cosiddetti loggionisti, e non solo direttamente legate alla qualità artistica dello spettacolo. Ricordiamo infatti nell’Ottocento le urla, tra l’altro proprio alla Scala, di coloro che gridavano “Viva Verdi” per intendere “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”. E nei teatri a quell’epoca accadeva di tutto, con cucine attrezzate laddove oggi si trova il Ridotto e vettovaglie che durante la recita cadevano dai palchi. I palchettisti com’è noto erano proprietari di questa sorta di “mini-appartamenti”, li arredavano come volevano e li potevano chiudere con tende che occultavano tutto ciò che avveniva all’interno, ed è facile immaginare cosa....
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Roberto Codazzi

