Lo attestano i più recenti studi di neurologia: sono almeno quarant’anni che i giochi elettronici ci tengono compagnia, ci aiutano a passare il tempo, ci solleticano la fantasia. Tralasciando i primi esperimenti, cominciati negli anni Quaranta in maniera approssimativa, in tre decenni si è passati dal caricare una cassetta sul lettore esterno di un Commodore al circuito integrato di un cabinato da bar, dalle prime cartucce dell’Atari a quelle del Nintendo 8 bit, quindi ai floppy, cd, dvd e blu ray disc di pc, PlayStation e Xbox, passando attraverso i dispositivi portatili come Game Gear, Game Boy, Gig Tiger, Tamagotchi per poi finire alla realtà aumentata, il wireless, videogame su smartphone e tablet, grafiche ultradefinite, attori di Hollywood che impersonano personaggi di videogiochi e capacità di calcolo di apparecchi sempre più complesse dei giorni nostri.

I videogiochi possono avere effetti benefici. Ne dà conferma il medico cremonese Umberto Scoditti, neurologo dell’ospedale di Parma e professore dell’Università parmigiana. Recenti studi evidenziano che l’utilizzo delle nuove tecnologie non ha solo finalità ludiche ma, in generale, potenzialità medico-educative. I videogiochi, per esempio, migliorano l’acuità visiva, la capacità di distinguere i toni di grigio e l’attenzione.
«L’effetto dei videogiochi sul cervello - spiega Scoditti - è un tema dibattuto e discusso. Ci sono tanti luoghi comuni, ma solo studi scientifici possono darci elementi di valida concretezza. Si è visto, per esempio, che a differenza delle indagini condotte qualche anno fa in cui si sosteneva una correlazione tra giochi violenti e aumento dell’aggressività, le ricerche più recenti attestano che non esiste tale collegamento che è da riferirsi solo al contesto fittizio del videogioco stesso. Per contro ci sono lavori, supportati da test di laboratorio, che affermano la valenza positiva dei videogiochi. Migliorano la vista e l’attenzione». Come? «Potenziando le reti neuronali che regolano l’attenzione. Quindi la corteccia parietale che contolla l’orientamento dell’attenzione, la corteccia frontale che fa capo al mantenimento dell’attenzione e la corteccia del cingolo anteriore che controlla la regolazione dell’attenzione e la risoluzione dei problemi».
«Un recente studio, revisione di tutti i lavori condotti negli ultimi 30 anni, - aggiunge Scoditti ricordando che gli utilizzatori dei videogiochi sono il 90% dei ragazzi e il 70% degli adulti con una media di età che oscilla dai 28 ai 33 anni - ha concluso che i videogiochi migliorano, in particolare, le funzioni oculo-manuali, i tempi di reazione, l’attenzione visuo spaziale e la ricerca di strategie». In estrema sintesi si può dire che vi sono pochi studi disposti a sostenere che i videogiochi fanno male e molti che ne evidenziano gli effetti positivi.
Ma in quali soggetti? «In quasi tutte le fasce d’età - spiega il neurologo -. Ma in particolare somministrando videogiochi multitasking in soggetti tra i 60 e gli 85 anni si è visto che, dopo allenamento, potrebbero addirittura riuscire a dare prestazioni migliori di quelle dei ventenni. Il buon allenamento, inoltre, porta ad un miglioramento delle funzioni cognitive, un ringiovanimento del cervello di 3-4 anni». Sempre secondo gli studi sarebbe auspicabile non superare le 5-10 ore settimanali di videogioco perchè un abuso di permanenza potrebbe indurre fenomeni di dipendenza.
«Gli effetti positivi - conclude Scoditti - sono ampiamente dimostrati. Le implicazioni pratiche riguardano soprattutto l’utilizzo per ridurre il declino cognitivo negli anziani. Alcuni ricercatori sostengono che videogiochi opportunamente costruiti avrebbero potenziali applicazioni educative e cliniche».
«L’effetto dei videogiochi sul cervello - spiega Scoditti - è un tema dibattuto e discusso. Ci sono tanti luoghi comuni, ma solo studi scientifici possono darci elementi di valida concretezza. Si è visto, per esempio, che a differenza delle indagini condotte qualche anno fa in cui si sosteneva una correlazione tra giochi violenti e aumento dell’aggressività, le ricerche più recenti attestano che non esiste tale collegamento che è da riferirsi solo al contesto fittizio del videogioco stesso. Per contro ci sono lavori, supportati da test di laboratorio, che affermano la valenza positiva dei videogiochi. Migliorano la vista e l’attenzione». Come? «Potenziando le reti neuronali che regolano l’attenzione. Quindi la corteccia parietale che contolla l’orientamento dell’attenzione, la corteccia frontale che fa capo al mantenimento dell’attenzione e la corteccia del cingolo anteriore che controlla la regolazione dell’attenzione e la risoluzione dei problemi».
«Un recente studio, revisione di tutti i lavori condotti negli ultimi 30 anni, - aggiunge Scoditti ricordando che gli utilizzatori dei videogiochi sono il 90% dei ragazzi e il 70% degli adulti con una media di età che oscilla dai 28 ai 33 anni - ha concluso che i videogiochi migliorano, in particolare, le funzioni oculo-manuali, i tempi di reazione, l’attenzione visuo spaziale e la ricerca di strategie». In estrema sintesi si può dire che vi sono pochi studi disposti a sostenere che i videogiochi fanno male e molti che ne evidenziano gli effetti positivi.
Ma in quali soggetti? «In quasi tutte le fasce d’età - spiega il neurologo -. Ma in particolare somministrando videogiochi multitasking in soggetti tra i 60 e gli 85 anni si è visto che, dopo allenamento, potrebbero addirittura riuscire a dare prestazioni migliori di quelle dei ventenni. Il buon allenamento, inoltre, porta ad un miglioramento delle funzioni cognitive, un ringiovanimento del cervello di 3-4 anni». Sempre secondo gli studi sarebbe auspicabile non superare le 5-10 ore settimanali di videogioco perchè un abuso di permanenza potrebbe indurre fenomeni di dipendenza.
«Gli effetti positivi - conclude Scoditti - sono ampiamente dimostrati. Le implicazioni pratiche riguardano soprattutto l’utilizzo per ridurre il declino cognitivo negli anziani. Alcuni ricercatori sostengono che videogiochi opportunamente costruiti avrebbero potenziali applicazioni educative e cliniche».
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Katia Bernuzzi

