Il caso - L’idrovia padano-veneta dinnanzi ad un bivio: agganciarsi all’Europa o abdicare al proprio ruolo. L’Aipo ha terminato l’aggiornamento dei progetti e realizzato uno studio sull’impatto socio economico. L’Italia deve decidere entro il 2017 per poter sfruttare le ingenti risorse messe a disposizione dall'Europa per potenziale le vie fluviali. Intanto il protocollo sul Contratto di Fiume parte dimezzato: Piemonte e Veneto non l'hanno (ancora) sottoscritto
Riuscirà mai il Po a diventare l’asse portante di un moderno sistema idroviario di stampo europeo? La domanda è lecita, se si pensa da quanto tempo si parla (e si scrive), del futuro (possibile) del Grande Fiume e dei progetti realizzati (su carta) per garantirne la navigabilità tutto l’anno, così da renderlo fruibile per il trasporto delle merci e a livello turistico. Senza andare troppo indietro nel tempo, a ribadire la strategicità del Po furono l’ex premier Romano Prodi, nel 2007 e l’ex ministro Umberto Bossi, qualche anno dopo. Da allora, però, poco o nulla è cambiato, per lo meno se si guarda alla scomparsa della navigazione turistica delle grandi navi da crociera e al trasporto delle merci, oggi ridotto ai minimi termini. Tuttavia, sempre sulla carta, non siamo all’anno zero e negli ultimi due anni qualcosa si è mosso. L’ultimo passo in avanti è stato compiuto lunedì 21 novembre con la sottoscrizione da parte di due regioni, Lombardia ed Emilia (ma mancano Piemonte e Veneto, ndr) e 34 comuni rivieraschi, del protocollo che porterà alla firma del cosiddetto ‘Contratto di Fiume’: obiettivo, avere un’unica regia su un tema che non può avere mille soggetti decisori...
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