Rugby, Daldoss: «È uno sport che ha valori differenti Fiji? Creatività e potenza»

«Credo che il ct Jacques Brunel stia cercando di mettere in campo la migliore Italia possibile, in previsione del Sei Nazioni. Le Fiji nel ranking mondiale sono al nostro stesso livello, non si tratta di una squadra da prendere sottogamba affrontandola con una nazionale sperimentale». Parola di Donato Daldoss, classe 1957 e nativo di Borno, attualmente sindaco di Casalbuttano, che in azzurro ha anche giocato – col debutto a fine anni Settanta –, oltre ad aver vestito le maglie rugbisitiche di Brescia e Milano per poi passare al ruolo di allenatore.

Conosce la rappresentativa delle Isole Fiji?
«Ho avuto il piacere e l’onore di giocare con le Fiji in gioventù, una trasferta bellissima. Loro sono fisicamente forti ma anche molto estroversi. Giocano molto alla mano. Coniugano creatività e aggressività, fantasia e forza secondo una logica che è tutta loro. Per loro il rugby è uno stile di vita».

Avendo giocato contro Fiji in casa loro, che clima si respira in un appuntamento del genere?
«La cosa splendida è che vivono il rugby come divertente ed educativo, i loro bambini giocano con la palla ovale sulle spiagge a piedi nudi, come i nostri giocano a calcio. È un modo per fare cultura».
Come vede questa crescente partecipazione nei confronti del rugby nel Cremonese? Sono tanti i ragazzi e le ragazze che avvicinano la disciplina...
«Sono felicissimo dell’attività che si sta facendo a Cremona. Alcune società hanno avuto il coraggio di mettere insieme le risorse e insegnare qualcosa ai giovani, e vedo che la risposta è positiva. La nazionale sarà un’occasione di crescita anche per i nostri ragazzi».
Cambia anche la tifoseria nel rugby?
«Chi approccia le gare ha già l’idea che in campo si respirano dei valori diversi rispetto ad altri sport. Chi viene a vedere una partita di rugby, specie una importante come quella di una Nazionale, sa che viene a vedere giocatori che quando cadono per terra cercano di rialzarsi, e che quando escono dal campo è perché escono in barella. Il clima è quello della condivisione dello spirito del gioco, ed è così che nel terzo tempo supporter di squadre diverse possono festeggiare l’uno accanto all’altro».
Lei ha debuttato nel 1979 in azzurro contro la Polonia, cos’è cambiato da allora?
«Spirito di gioco e spirito di squadra sono rimasti pressoché uguali. I giocatori invece sono fisicamente più allenati, rispetto a trent’anni fa, tecnicamente più preparati, culturalmente – nel senso dell’acquisizione delle regole – migliorati. Ora è più organizzato, più metabolizzato, qualcosa di molto professionale. Basti pensare che i tesserati erano 30 mila, ora 100 mila».
A che cosa dovrebbe prestare attenzione la nostra nazionale?
«Sarei presuntuoso se intendessi dare consigli a Brunel, che conosco e stimo molto, ma se potessi dire qualcosa ai ragazzi direi loro che i creativi si affrontano con attenzione e rigore. Ma credo sarà lo stesso consiglio che darà loro anche lui».
Mattia Guazzi
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