Intervista a Elena Curci, Cgil: «Settimana di lavoro corta: si deve parlarne. Dov’è applicata si ottengono ottimi riscontri»
Elena Curci è da un anno segretaria della Cgil cremonese. Il suo mandato scadrà a fine 2026. È una donna che ha raggiunto una posizione apicale, ma che sa guardarsi indietro e attorno. Dice: «Le donne ancora oggi, aggiungo purtroppo, devono fare i conti ogni giorno con numerosi ostacoli. Rispetto agli uomini, facciamo più fatica a trovare un lavoro stabile e di qualità. Infatti chi soffre di più la precarietà, oltre ai giovani, siamo noi donne. Molte volte ci troviamo ad accettare part time involontari, un fenomeno molto diffuso anche nel nostro territorio. Quando poi il contratto si trasforma da tempo determinato a tempo indeterminato, noi donne siamo penalizzate rispetto agli uomini. Aggiungo altre due difficoltà: il raggiungimento di posizioni apicali nelle aziende e la differenza di retribuzione a parità di qualifica».
In termini concreti: una donna che ha una famiglia, ha più difficoltà ad entrare o a mantenere il posto di lavoro?
«Direi: entrambe. Perché ad un colloquio una donna si sente domandare se è sposata, se ha figli, quanti anni hanno questi figli. Domande che potrebbero anche sembrare legittime, ma che suonano anacronistiche e discriminatorie. Provocatoriamente mi domando: perché si deve dare per scontato che, in una famiglia in cui un reddito non basta, debba essere solo la donna “moglie e responsabile della cura di figli e casa”? È un problema culturale che andrebbe affrontato sia con strumenti di aiuto a suo favore, che da noi sono di molto inferiori a quelli di altre Nazioni europee, ma anche con strumenti che superino questa disparità di genere da un punto di vista culturale e sociale».
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«Direi: entrambe. Perché ad un colloquio una donna si sente domandare se è sposata, se ha figli, quanti anni hanno questi figli. Domande che potrebbero anche sembrare legittime, ma che suonano anacronistiche e discriminatorie. Provocatoriamente mi domando: perché si deve dare per scontato che, in una famiglia in cui un reddito non basta, debba essere solo la donna “moglie e responsabile della cura di figli e casa”? È un problema culturale che andrebbe affrontato sia con strumenti di aiuto a suo favore, che da noi sono di molto inferiori a quelli di altre Nazioni europee, ma anche con strumenti che superino questa disparità di genere da un punto di vista culturale e sociale».
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Paolo Carini

