Cultura & Spettacoli

Auditorium Arvedi: standing ovation per la musica del maestro Uto Ughi

Un concerto cucito su misura per gli ascoltatori: succede con Uto Ughi all'Auditorium del Museo del violino. Ieri sera, in una sala gremita, il Maestro esordisce con un apprezzamento per l'acustica: «È davvero fantastica», dice rivolto alla platea. Da questa osservazione inizia il percorso musicale che definisce il materiale musicale sulla base dell'ambiente fonico offerto dalla sala. Dopo il Preludio e Allegro di Kreisler scompare la beethoveniana Kreutzer e al suo posto si ascolta 'La primavera'. È lo stesso Ughi a spiegare la scelta: «La Kreutzer sarebbe suonata un po' debordante». Il clima quasi mozartiano dell'opera principia con il celebre tema cantabile, il quale inizia già dal primissimo attacco. Si riconferma la cifra dominante di tutta la serata: la cavata del violinista è davvero profonda e penetrante. Il senso di gentile potenza e fisicità è ampiamente sottolineato dal pianismo di Alessandro Specchi: liquido, fluente e totalmente privo di effetti percussivi. L'ideale per qualsiasi solista. La parte più estroversa è affidata ad una brillante lettura della Polacca op. 4 e la Leggenda op 17 di Wieniawski, quest'ultima venata da brevi anse di malinconia. Luminosa si può senza dubbio definire la lettura dell'introduzione e Allegro di Saint-Saëns, il brano grazie al quale quale la temperatura del pubblico comincia ad alzarsi. Ughi, da consumato artista, sa coinvolgere intensamente l'ascoltatore: sia introducendo i brani – il programma di sala è senza note -, sia per quel timbro corposo, sanguigno che si descriveva in apertura. Un colore che, pur nell'articolazione dei piano o dei pianissimo, posside sempre una incisività particolare.
Si susseguono così le tinte più varie: il mondo iberico della Fantasia sulla Carmen di Sarasate, i saettanti colpi d'archetto e i glissati della Ronda dei Folletti di Bazzini, il clima protoromantico della commovente Melodia dall'Orfeo di Gluck, resa immortale anche dalla trascrizione pianistica di Sgambati. Il pubblico non ha mezze misure: tutti in piedi e ben due chiamate in sala. Il violino non è l'unico protagonista della serata: da segnalare il superbo Steinway di Fabio Angeletti, strumento che incarna la summa delle migliori qualità dei grancoda di Amburgo: acuti cristallini, registro centrale con note lunghe e pastose, bassi profondi.
Stefano Frati
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