Nuovo appuntamento con la rubrica Le forme del vivere
Erano gli ultimi giorni del 1977 quando l’architetto Giancarlo Pozzi, persona colta, raffinata ed ironica, che di progetto ne sapeva in tutte le direzioni, mi mandava amichevolmente due paginette: “Proverbi buffi per il 1978”. Di questo ritrovamento voglio condividere qualche perla:
- il silenzio è dolo
- il tempio è denaro
- l’esperienza inganna
- mal costume, mezzo gaudio
ma soprattutto “ogni progetto è debito” aforisma non banale che dovrebbe stamparsi nei lobi temporali di architetti, politici e amministratori.
Che il progetto sia sempre un debito non è semplicemente un gioco di parole, ma è una verità importante: già l’etimologia (dal latino gettare avanti) lega indissolubilmente il termine all’idea di futuro, all’immagine di un pensiero lanciato oltre l’attualità per costruire le condizioni della continuità e dell’evoluzione di una comunità, piccola o grande che sia. Iniziare un progetto o, meglio, enunciarlo, è fare una promessa che ineluttabilmente dovrà essere mantenuta: ovvero contrarre un debito. In architettura e in urbanistica (atti di reificazione comunque di un pensiero politico) il debito è ancora più grosso, e non può essere nè vago nè generico: perchè il risultato che in qualche modo si prefigura coinvolge i possibili utilizzatori, i costruttori, gli attori economici, tutto un complesso di persone che altro non è che un sistema di relazioni compiuto che spazia dall’estetico al sociale, dalle emozioni alle qualità materiali del vivere. Un debito da far tremare i polsi, da non dormirci la notte finchè non si concretizza. I segni e i disegni che tradizionalmente troviamo nella storia dell’urbanistica - dalle scacchiere greche e romane a Leon Battista Alberti e Filarete -...
- il silenzio è dolo
- il tempio è denaro
- l’esperienza inganna
- mal costume, mezzo gaudio
ma soprattutto “ogni progetto è debito” aforisma non banale che dovrebbe stamparsi nei lobi temporali di architetti, politici e amministratori.
Che il progetto sia sempre un debito non è semplicemente un gioco di parole, ma è una verità importante: già l’etimologia (dal latino gettare avanti) lega indissolubilmente il termine all’idea di futuro, all’immagine di un pensiero lanciato oltre l’attualità per costruire le condizioni della continuità e dell’evoluzione di una comunità, piccola o grande che sia. Iniziare un progetto o, meglio, enunciarlo, è fare una promessa che ineluttabilmente dovrà essere mantenuta: ovvero contrarre un debito. In architettura e in urbanistica (atti di reificazione comunque di un pensiero politico) il debito è ancora più grosso, e non può essere nè vago nè generico: perchè il risultato che in qualche modo si prefigura coinvolge i possibili utilizzatori, i costruttori, gli attori economici, tutto un complesso di persone che altro non è che un sistema di relazioni compiuto che spazia dall’estetico al sociale, dalle emozioni alle qualità materiali del vivere. Un debito da far tremare i polsi, da non dormirci la notte finchè non si concretizza. I segni e i disegni che tradizionalmente troviamo nella storia dell’urbanistica - dalle scacchiere greche e romane a Leon Battista Alberti e Filarete -...
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Eugenio Bettinelli

