Non esiste emarginazione senza la fisicità di un contesto costruito Nuovo appuntamento con la rubrica Le Forme del Vivere
Una signora, molto attenta e preparata sui temi fondamentali dell’attualità culturale, talmente amica da leggere sempre le mie rubriche su Mondo Padano, qualche tempo fa mi lanciò un’apparentemente ingenua provocazione: provare a parlare di come sarà l’architettura del futuro, di quale sarà il domani delle nostre città. Mi sono trovato immediatamente spiazzato, e, per una volta, mi sono reso conto di non aver mai fatto dentro di me una riflessione seria su questo tema. Fatto abbasanza preoccupante, per un architetto è come rinunciare al progetto, perchè progetto e futuro sono quasi una tautologia, sono fatti della stessa tensione verso un domani di piccole o grandi trasformazioni. Una grande e spero non definitiva mancanza o, peggio, non vedere in questi tempi il domani?
In effetti siamo abituati a vedere l’architettura come rappresentazione di un tempo definito, sul nascere la leggiamo come emblema dell’attualità, e, subito dopo, nell’attimo seguente la sua realizzazione, come l’immagine del passato, il frutto di un pensiero che si è già concluso.
Nei peggiori periodi storici, e nel secolo scorso ne abbiamo visto una discreta campionatura, il progetto sparisce, si dissolve nella ripetizione, nel commercio di forme già consumate e quindi apparentemente facili all’accettazione della gente. Molte periferie, ma anche tanti interventi nei centri - più o meno storici - delle città sono definitivamente brutte non per valutazione estetica, ma per la rinuncia alla ricerca in favore della moltiplicazione di modelli commerciali, della scelta dell’anonimato come caratteristica del collettivo, come panorama urbano che da una parte descrive una comunità, dall’altra la genera nella sua quotidianità. Perchè l’architettura, e l’urbanistica che, semplificando, ne è l’organizzazione sul territorio, sono sì fatti estetici, oggetto di percezioni sensoriali, ma sono anche atti politici, determinanti e rappresentanti della qualità di vita, di tutti,...
In effetti siamo abituati a vedere l’architettura come rappresentazione di un tempo definito, sul nascere la leggiamo come emblema dell’attualità, e, subito dopo, nell’attimo seguente la sua realizzazione, come l’immagine del passato, il frutto di un pensiero che si è già concluso.
Nei peggiori periodi storici, e nel secolo scorso ne abbiamo visto una discreta campionatura, il progetto sparisce, si dissolve nella ripetizione, nel commercio di forme già consumate e quindi apparentemente facili all’accettazione della gente. Molte periferie, ma anche tanti interventi nei centri - più o meno storici - delle città sono definitivamente brutte non per valutazione estetica, ma per la rinuncia alla ricerca in favore della moltiplicazione di modelli commerciali, della scelta dell’anonimato come caratteristica del collettivo, come panorama urbano che da una parte descrive una comunità, dall’altra la genera nella sua quotidianità. Perchè l’architettura, e l’urbanistica che, semplificando, ne è l’organizzazione sul territorio, sono sì fatti estetici, oggetto di percezioni sensoriali, ma sono anche atti politici, determinanti e rappresentanti della qualità di vita, di tutti,...
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Eugenio Bettinelli

