Intervista al dottor Paolo Gulisano, epidemiologo
C'è uno storico, Paolo Sensini; c’è uno scrittore, Leonardo Facco; c’è un avvocato, Antonia Parisotto; c’è perfino una preside “dismessa”, Solange Hutter; ma quel che forse colpisce di più, tra i relatori del «No paura day 2», previsto per oggi, venerdì 10 settembre, alle 18.30 a Cremona presso i giardini pubblici per dire no al green pass, è la presenza, tra i relatori, di un epidemiologo e medico di terapie domiciliari, il dottor Paolo Gulisano, uno “in prima linea”, che, anche nella fase più acuta e terrificante del Covid-19, ha curato e guarito molti pazienti. Come scrittore, è autore di molti testi di storia della medicina, nonché di un libro del 2006, Pandemie, in cui già parlava di coronavirus, invocando una «corretta informazione, per evitare che, più che il virus, sia una psicosi collettiva a creare i maggiori problemi».
Perché ha aderito a questa manifestazione?
«Ho aderito innanzi tutto per il titolo, “No paura day”, che vuole evidentemente dare un messaggio di speranza, di cui oggi abbiamo un gran bisogno. Fin dagli inizi della pandemia il sentimento più diffuso, più trasmesso anche a livello mediatico è stato quello della paura, addirittura del terrore. Ancora oggi qualcuno ritiene che, se si contrae il Covid, si finisce in terapia intensiva e si muore. Invece la buona notizia, che vorrei comunicare, è che il Covid si cura. Il suo tasso di letalità è del 3%, ciò significa che su 100 persone ammalate di Covid, 97 guariscono e 3 muoiono».
Stando ai dati diffusi, la quasi totalità di coloro che finiscono in terapia intensiva non è vaccinata. Come commenta questo fatto?
«Sì, curiosamente si tratta di un dato italiano in controtendenza rispetto a quello che sta avvenendo negli altri Paesi, come Israele ed Inghilterra, dove la maggioranza delle persone ricoverate con forme gravi ed anche la maggioranza dei decessi riguarda vaccinati. Il problema sta nella durata dell’efficacia del vaccino, tant’è che in Israele sono già passati alla terza dose, ma si è constatato che anche chi l’abbia ricevuta si è ammalato comunque....
«Ho aderito innanzi tutto per il titolo, “No paura day”, che vuole evidentemente dare un messaggio di speranza, di cui oggi abbiamo un gran bisogno. Fin dagli inizi della pandemia il sentimento più diffuso, più trasmesso anche a livello mediatico è stato quello della paura, addirittura del terrore. Ancora oggi qualcuno ritiene che, se si contrae il Covid, si finisce in terapia intensiva e si muore. Invece la buona notizia, che vorrei comunicare, è che il Covid si cura. Il suo tasso di letalità è del 3%, ciò significa che su 100 persone ammalate di Covid, 97 guariscono e 3 muoiono».
Stando ai dati diffusi, la quasi totalità di coloro che finiscono in terapia intensiva non è vaccinata. Come commenta questo fatto?
«Sì, curiosamente si tratta di un dato italiano in controtendenza rispetto a quello che sta avvenendo negli altri Paesi, come Israele ed Inghilterra, dove la maggioranza delle persone ricoverate con forme gravi ed anche la maggioranza dei decessi riguarda vaccinati. Il problema sta nella durata dell’efficacia del vaccino, tant’è che in Israele sono già passati alla terza dose, ma si è constatato che anche chi l’abbia ricevuta si è ammalato comunque....
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Mauro Faverzani

