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Distesa di Zapatos Rojos in Galleria XXV Aprile Iniziativa di Aida per non dimenticare le donne uccise nel 2012 e nel 2013

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Distesa di Zapatos Rojos in Galleria XXV Aprile Iniziativa di Aida per non dimenticare le donne uccise nel 2012 e nel 2013

Un paio di scarpe rosse per ogni donna morta a Cremona nel 2012 e nel 2013. È per questo motivo che in Galleria XXV Aprile, questa mattina è stato steso un tappeto sul quale sono state disposte decine e decine di calzature femminili vermiglie, per commemorare e non dimenticare. L'iniziativa  è stata organizzata dall'associazione cremonese Aida (Associazione incontro donne antiviolenza), che si occupa di offrire sostegno alle donne che subiscono maltrattamenti e violenze.
«Noi vogliamo che tutte le persone si sentano coinvolte per poter aiutare le donne in difficoltà – spiega Claudia Portesani, volontaria dell'associazione –. Il fatto di aver disposto questa installazione cattura l'interesse delle persone, che si avvicinano a chiedere. Questo è il motivo ufficiale per cui abbiamo deciso di fare questa manifestazione, che non è propriamente quella originale ma è liberamente ispirata a quella dell'artista messicana Elina Chauvet, con la quale abbiamo preso contatti e che ha detto aver gradito».
Zapatos Rojos è stato un moto partito dall'artista messicana Elina Chauvet nel 2009, in memoria di tutte le donne scomparse e assassinate a partire dal 1993 a Ciudad Juárez, in Messico, e che ha preso piede in gran parte del mondo per sensibilizzare sul tema della violenza contro le donne.
L'installazione resterà visibile sino alle 19 di questa sera. Le locandine dell'appuntamento e dei gadget che vengono distribuiti al banchetto dell'associazione in Galleria XXV Aprile sono state realizzate dall'inventiva dei ragazzi del liceo artistico Bruno Munari di Cremona.
Le targhette accanto alle scarpe rosse si riferiscono alle «donne uccise nel 2012 e 2013 – conclude la volontaria –. Abbiamo preparato un elenco, e abbiamo invitato le persone a scrivere il nome della donna e la sua età. I sopravvissuti molto spesso sentono che non c'è stata giustizia. Questo vuole essere un modo per dire loro che sono ricordate, che c'è attenzione, che non verranno mai dimenticate».
Mattia Guazzi
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