In casa Pd si mangia il tortello dolce. E per dessert, quando è stagione, ci si abbuffa di Bertolina. Uno dei due parlamentari, Cinzia Fontana, è di Crema. Il consigliere regionale, l’inossidabile Agostino Alloni, lui pure cremasco. Con Matteo Piloni, anche il segretario provinciale arriva da quelle latitudini. Mettiamoci pure che la Festa Provinciale dell’Unità, un tempo “orgoglio e gioia”, direbbero gli americani, tutta Cremonese, l’anno scorso ha abbandonato Cremona per Crema. Nota di colore, per carità, anche perché quest’anno il festone Provinciale è tornato nel capoluogo. È però un dato di fatto che i democratici locali son sempre più “Crema-oriented”. Non per niente, da mesi si raccoglievano scommesse sul fatto che il futuro segretario sarebbe stato un cremasco, andando così a completare il quadro delle cariche apicali in mano a una Crema pigliatutto a scapito di una Cremona da un lato sempre più litigiosa, dall’altro sempre più cloroformizzata.
«Un classico: tra i due litiganti, il terzo gode. Dove il terzo, qui, è Crema». Parole di un democratico cremonese di primissimo piano. Che poi, a sentirli un po’ in camera caritatis, i democratici ti ripetono tutti la stessa litania: “il cremasco s’è mangiato il cremonese”, oppure: “a forza di litigare, Cremona s’è persa per strada, mentre il cremasco si è rafforzato”. Così, tra chi saluta l’unità di facciata raggiunta con la convergenza su Piloni, c’è chi parla di “smacco per Cremona”. Insomma, niente da dire sulla figura del giovane Matteo (Piloni, non Renzi), ma molto da dire sugli ormai conclamati nuovi equilibri territoriali del partito. Che a ben vedere, fino al 2008 era pure formalmente diviso in due federazioni distinte-distanti: Cremona e Crema, <+S CORSIVO>ça va sans dire<+S TONDO>. Poi ci si è messi assieme e, tempo cinque anni, il tortello al mostaccino si è imposto sul marubino. Le ragioni di un simile sorpasso gastronomico-politico? Ci si potrebbero scrivere trattati, volendo. A farla spiccia, si può dar retta a chi data i maldipancia cremonesi ai vari casi Cacciatori – candidato sindaco dell’allora Ds-Margherita impallinato dal fuoco amico – e, caso ancor più eclatante, Beluzzi, candidato sindaco che una fetta di Pd ha tentato di imporre salvo poi scontrarsi con altre fette di partito oltre che con le resistenze dell’uscente Gian Carlo Corada. Per non dire delle ultime regionali e politiche, col partito spaccato in “chi per Magnoli chi per Pizzetti”, “chi per Maura Ruggeri chi Maura Ruggeri no”.
Storia vecchia. Storia di antiche ruggini e d’una leadership – quella di Luciano Pizzetti – un tempo indiscussa oggi in discussione. E che il partito sconti l’affanno indotto dal venir meno di una leadership sicura, è reso palese da un’azione politica d’opposizione appannata, flebile, raramente incisiva. Frattanto, mentre la ruggine si mangiava la vernice dei democratici cremonesi, in quel di Crema ci si compattava, si portava a casa il sindaco, il parlamentare, il consigliere regionale e ora, complice il gap propositivo del capoluogo (l’ala pizzettiana ha accarezzato l’ipotesi Andrea Virgilio per il dopo Magnoli, ma la cosa è durata poco), s’è portato a casa anche il segretario. All’unità, sì, ma con qualcuno un po’ più unito degli altri. Un po’ come nella Fattoria di Orwell: tutti uguali, ma con qualcuno più uguale di altri.
«Un classico: tra i due litiganti, il terzo gode. Dove il terzo, qui, è Crema». Parole di un democratico cremonese di primissimo piano. Che poi, a sentirli un po’ in camera caritatis, i democratici ti ripetono tutti la stessa litania: “il cremasco s’è mangiato il cremonese”, oppure: “a forza di litigare, Cremona s’è persa per strada, mentre il cremasco si è rafforzato”. Così, tra chi saluta l’unità di facciata raggiunta con la convergenza su Piloni, c’è chi parla di “smacco per Cremona”. Insomma, niente da dire sulla figura del giovane Matteo (Piloni, non Renzi), ma molto da dire sugli ormai conclamati nuovi equilibri territoriali del partito. Che a ben vedere, fino al 2008 era pure formalmente diviso in due federazioni distinte-distanti: Cremona e Crema, <+S CORSIVO>ça va sans dire<+S TONDO>. Poi ci si è messi assieme e, tempo cinque anni, il tortello al mostaccino si è imposto sul marubino. Le ragioni di un simile sorpasso gastronomico-politico? Ci si potrebbero scrivere trattati, volendo. A farla spiccia, si può dar retta a chi data i maldipancia cremonesi ai vari casi Cacciatori – candidato sindaco dell’allora Ds-Margherita impallinato dal fuoco amico – e, caso ancor più eclatante, Beluzzi, candidato sindaco che una fetta di Pd ha tentato di imporre salvo poi scontrarsi con altre fette di partito oltre che con le resistenze dell’uscente Gian Carlo Corada. Per non dire delle ultime regionali e politiche, col partito spaccato in “chi per Magnoli chi per Pizzetti”, “chi per Maura Ruggeri chi Maura Ruggeri no”.
Storia vecchia. Storia di antiche ruggini e d’una leadership – quella di Luciano Pizzetti – un tempo indiscussa oggi in discussione. E che il partito sconti l’affanno indotto dal venir meno di una leadership sicura, è reso palese da un’azione politica d’opposizione appannata, flebile, raramente incisiva. Frattanto, mentre la ruggine si mangiava la vernice dei democratici cremonesi, in quel di Crema ci si compattava, si portava a casa il sindaco, il parlamentare, il consigliere regionale e ora, complice il gap propositivo del capoluogo (l’ala pizzettiana ha accarezzato l’ipotesi Andrea Virgilio per il dopo Magnoli, ma la cosa è durata poco), s’è portato a casa anche il segretario. All’unità, sì, ma con qualcuno un po’ più unito degli altri. Un po’ come nella Fattoria di Orwell: tutti uguali, ma con qualcuno più uguale di altri.
Federico Centenari
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